Testi Critici

Meglio sul proprio culo che sui piedi (Buffoli VS Breviario) GIUSEPPE BUFFOLI

20 Dicembre/24Gennaio2016

Gliincontri nascono da affinità elettive, le stesse che legano gli elementi chimici in natura. Sono però affinità più leggere che sottendono legami celati, pensieri comuni, affetti e prossimità che, a prima vista, possono sembrare apparentemente incongrui. Lo stesso accade per le opere d'arte. Così un disegno lieve e quasi impercettibile incontra una scultura in bilico, diventando inaspettatamente il fattore essenziale della sua momentanea stabilità. Come sul palcoscenico di una commedia dell'assurdo, il tavolo-scultura di Giuseppe Buffoli, che ha perso la sua funzione trasformandosi in macchina celibe e precaria, si protende come un ponte nello spazio verso il disegno ermetico di Sergio Breviario la cui cornice, duplicata, diventa il contrappeso che bilancia il tutto: i due oggetti estranei si compensano, arrivando alla stabilità meccanica, nuova configurazione di una convivenza armonica e asimmetrica che sembra contraddire il buonsenso. Ma una piccola variazione della massa e del peso altera l'equilibrio delicato e la sproporzione causa la caduta del piano dal suo unico cavalletto. La scultura, tutt'altro che eterna, à metafora della precarietà e del caso: ha in sé il principio della sua distruzione mentre il suo ideale equilibrio implica il suo fallimento. La scommessa è solo sulla durata, mentre il volto disegnato, uno e molteplice che si offre nelle sue diverse prospettive incurante del tempo, resta a guardare, forse pensando "Meglio sul proprio culo che sui piedi".La frase, scelta come titolo della mostra, è un verso preso da una poesia di Samuel Beckett. La scelta non è casuale: la poetica dell'assurdo è il Leitmotiv che lega i lavori in mostra che raccontano icasticamente il non senso del tempo dell'attesa e l'incertezza del vivere. Il tavolo, un esempio di antidesign squilibrato su un solo supporto rovesciato - un omaggio a Dieter Roth - è tenuto temporaneamente in piedi da un fragile tripode che sorregge una cornice, simile a quella del disegno di Breviario: qui perù non c'è figura ma solo creta cruda, tabula rasa di ogni figurazione possibile e un lingotto di piombo. L'armonia è fugace e la fine è nota: la caduta, lo sconvolgimento dell'esistente o la sua trasformazione - che è quella della materia scultorea -, determinerà una nuova organizzazione. Il disegno, fragile ritratto di idealizzata bellezza che ricorda volti di Madonne rinascimentali realizzato a matita su carta incollata su specchio, si è sottratto al rovinoso crollo e resta immobile nella sua atemporalità: Vana attesa, Piccolo Romanzo racchiude il suo enigma: una vicenda che ci è data solo attraverso un indizio nascosto, una polaroid che testimonia un fantasmagorico furto - forse un sogno - che a sua volta rimanda a un altro lavoro di Sergio Breviario, Fotoromanzo. Meglio sul proprio culo che sui piedi è una scatola cinese di sapienti incastri -Buffoli è maestro degli inscatolamenti come nella sua serie Delle rotture si puù fare volentieri a meno, contenitori contenuti secondo un'ingegnosa tecnica di incastri ispirata a Abraham Roentgen, celebre ebanista del XVIII secolo - in cui frammenti apparentemente paradossali coabitando sulla scena dell'arte, imponendo a sorpresa la loro presenza muta e ribadendo, con ironia ed essenzialità, in un mondo dove tutto è stato già detto, scritto, disegnato e scolpito, l'impenetrabilità della condizione umana.

Rossella Moratto

Parigi 22 agosto 2014

Caro Beppe,
le cose che hai prodotto per la mostra di Milano mi fanno pensare a dei regali. Le guardo, vedo queste scatole e subito mi incuriosisce come funzionano, come si aprono e si chiudono. Non credo ci sia una relazione fra la forma dell'opera custodita all'interno e la scatola che la contiene, se non una relazione spiccia, di convivenza formale. I vari incastri, le soluzioni tecniche, sono indipendenti dal contenuto. Le scatole esprimono una loro estetica che nulla ha a che vedere con l'estetica dell'opera. Non voglio dirti che non mi piacciono le opere all'interno della scatola, ma semplicemente, come se fosse un regalo, fingo di non conoscerne il contenuto, mi preoccupo solo del fuori. Ho sempre inteso le mostre d'arte come una sorta di festa, questa mostra è per me come una festa di compleanno, con tanti regali per tutti e non solo per il festeggiato.
Un'ultima cosa, poi ti lascio andare e non ti rubo altro tempo: mi fa impazzire il fatto che questa mostra sia una sorta di retrospettiva. Una antologica prima dell'antologia. Non mi spiego perchè questa cosa mi entusiasmi tanto. Forse è che la trovo profondamente illogica. Fatto sta che ho sempre apprezzato gli artisti che installano mostre utilizzando opere realizzate in momenti diversi, perché è come se rendessero esplicito il fatto che ogni mostra racconta una storia e, come ogni storia che si rispetti, la trama non segue una linea logica e consequenziale.
Che bellezza!
Ultimissima cosa, lo prometto: le scatole sono fondamentalmente acrome e questo mi piace. Sono fatte a mano con mezzi ridotti. Anche questo mi piace. Si somigliano fra loro, al contrario delle opere custodite al loro interno. Quando le guardo penso che abbiano a che fare con la polvere che costantemente produci realizzandole. La polvere che le ricopre le lega indissolubilmente allo spazio che le circonda. Così guardandole, anche se sono pesanti e massicce, direi che hanno un rapporto con lo spazio definibile atmosferico. La polvere copre tutto, i colori svaniscono. Il chiaroscuro si affievolisce fino ad essere irrilevante. La luce diretta, anche se artificiale, non è più concepibile. Ormai leggere, disegnano uno skyline da paesaggio umano.
Che bellezza!

Ti saluto con affetto e in bocca al lupo.

S.

Delle rotture si può fare volentieri a meno

Nel nostro quotidiano abbiamo sempre a che fare con scatole, buste, scatoloni, box e packaging vario, oggetti e materiali a cui spesso non prestiamo attenzione ma che in alcuni momenti della nostra vita risultano indispensabili e utili, pensiamo ad esempio solo al momento in cui, durante l'ennesimo trasloco saremmo stati persi senza miriadi di scatole in cui riporre le nostre cose. Oggetti che possono divenire anche preziosi e magici, come, ad esempio, quando da bambini trepidanti ed emozionati scartavamo i pacchi dono portatici da Babbo Natale. Le scatole in cartone, legno, plastica, e in qualsiasi altro materiale sono, quindi un leitmotiv della nostra vita, le utilizziamo per conservare, per proteggere ciò che ci è più caro, per spedirlo o per celarlo ad occhi indiscreti. Contenitori che possono assumere varie forme dalle piò semplici e comuni di parallelepipedo fino a giungere alle più complesse e decorate, andate per curiosità a vedere su youTube i meccanismi sviluppati da Abraham Roentgen, ebanista del 1700, per stupirvi di aperture a scomparsa, meccanismi, movimenti inaspettati e sorprendenti. Una tradizione produttiva da cui Giuseppe Buffoli, (Chiari (BS) 1979) ha deciso di trarre ispirazione per questa sua personale da The Workbench celando agli occhi dei visitatori le opere, realizzate negli ultimi anni, proprio all'interno di "scatole" su misura, non solo atte a contenerle e proteggerle ma a divenirne completamento, una seconda pelle con una propria identità di "opera" e la dignità di venire esposte sapendo di celare dentro di sè gli elementi in potenza per l'allestimento di una, due, tre, cinque, dieci, mostre diverse. La livella di Hand Job del 2013, i fogli di Alterare la √2 del 2012, i vetri di Zenit del 2011, i phone di High Noon del 2012, ecc. Opere composte da vari elementi che secondo le ricerche portate avanti dall'artista vanno ad indagare e a rappresentare forze e leggi fisiche come l'equilibrio, la gravità, la dilatazione, i cambiamenti di stato o la natura dei materiali e le loro potenzialità. Tutto questo rappresentato nella sua complessa "semplicità" in sistemi "opera" che ci mostrerebbero, se allestiti, quei fenomeni presenti, proprio come le scatole, nel nostro quotidiano ma a cui non abbiamo e non prestiamo mai attenzione se non superficialmente nei nostri studi scolastici, e che in realtà regolano la nostra stessa vita. Scatole che celano, opere che celano fenomeni, che celano la vita.

Piccola storia di una opera incisa... tutte le immagini portano scritte "più in la" (Eugenio Montale) - Agosto 2011

Sono particolarmente grato alla Stamperia del Tevere che ci ha dato l'opportunità nel decennale dell'istituzione dei corsi estivi internazionali promossi dal centro Kaus Urbino di scrivere su alcuni tra i più significativi artisti che in questo decennio ci hanno frequentato e uno di questi è sicuramente Giuseppe Buffoli. Non è qui il mio compito di analizzare la sua opera incisoria, ma attraverso un breve racconto offrire una testimonianza che può aiutare la sua conoscenza artistica e umana. Nel 2006 partecipò al corso estivo del prof. Kestutis Vasiliunas docente all'Accademia di Belle Arti di Vilnius, e volle realizzare una opera che rimane fondamentale ed esemplificativa per la nostra concezione dell'incisione, lasciando un segno nella storia decennale del Kaus. Nel chiostro del cortile quattrocentesco ideato dall'architetto Francesco di Giorgio Martini, dove sono ospitati i nostri laboratori, giacevano delle pedane assemblate con vecchie assi di legno d'abete, sfinito dagli anni e dalle intemperie e che per ragioni a noi misteriose e inaspettate colsero l'attenzione di Buffoli. Probabilmente sollecitato anche dalla presenza del docente lituano che proponeva stimolanti soluzioni incisorie, iniziò ad inciderne una lunga due metri e larga un metro con sgorbie e strumenti appuntiti di varie dimensioni. Tutti noi, assistenti, allievi e amici guardavamo con curiosità questa opera che nasceva un poco alla volta e portata avanti con una tenacia e una determinazione tipicamente lombarda. Finita di incidere la pedana, il problema che si presentava era non solo l'inchiostrazione (quanto colore assorbiva quel stanco legno!) ma la sua stampa. La carta scelta fu quella usata dai scenografi per i loro schizzi perchè di grammatura leggera e sufficientemente larga e lunga. Essa fu stesa come un lenzuolo sulla grande matrice inchiostrata. Chi con il cucchiaio, chi con l'osso di bue in molti di noi hanno pressato la carta per la stampa. Una volta stampato e staccato con apprensione e speranza, quel lenzuolo di carta volteggiò per qualche minuto tra le arcate del cortile sorretto da quattro persone che divertite sembravano angeli viaggianti. Così avvenne che l'opera si trasformò da opera singola a opera collettiva. Ma non era finita: quel posto così dismesso si rivelava per Buffoli una buona fonte d'ispirazione così che, usando antichi mattoni, tondini di metallo arrugginiti, vecchie corde e altre assi di legno, il grande foglio inciso, con uno studiato gioco di equilibri, divenne simile ad una tela su un telaio da tessitore. L'opera fu definitivamente conclusa, per quello che ne so io, ma non mi sorprenderei di altre evoluzioni, quando ebbi modo di invitarlo a partecipare ad una mostra sui giovani incisori italiani presso la Galleria Statale Carlshort di Berlino dove il nostro artista espose la sua grande installazione xilografica in una nuova e definitiva struttura metallica, immortalato da una foto che lo ritrae seduto a terra insieme a Dario Quinones curatore insieme a me della mostra, ad ammirare soddisfatto il proprio lavoro. Con questa opera grafica sui generis l'autore ha reso visibile ciò che era nostro intendimento fin dall'inizio della nostra intensa attività didattica nel campo dell'incisione; che cioè l'incisione ha da dire molto al linguaggio artistico contemporaneo e nello stesso tempo necessita uno svecchiamento del suo utilizzo espressivo ed espositivo. La manualità dell'esecuzione, la materialità dell'opera inserita in un progetto artistico di installazione sono le caratteristiche coincidenti agli intenti già esposti. Questo episodio certamente non può definire la personalità artistica di Buffoli, ma ne può sorprendere alcune caratteristiche come: la curiosità, l'innato estro artistico, la tenacia, ma ancor più l'umiltà avuta per stare di fronte alla realtà che sempre offre a ognuno di noi, soluzioni e ipotesi molto pià fantasiose e interessanti rispetto a quelle studiate a tavolino dalla nostra mente. In questo modo l'incisore assolve a un compito che è di ciascuno di noi, cioè quello di trasformare per il proprio e altrui bene il reale che lo circonda. In particolare è proprio dell'artista agire profeticamente indicando con le immagini il "più in la" che ogni cosa porta in sé. Comprese alcune sfinite assi di legno.

Opera Incisa - Luglio 2011

Sfatare il mito dell'artista eccentrico e imperscrutabile al di là delle sue opere. E' necessario un contatto ravvicinato all'uomo senza mediazioni, non sempre possibile allo spettatore, non sempre voluto dal critico. Eppure la bellezza dell'arte è soprattutto nella personalità stessa degli artisti, nel loro modo sempre particolare e naturale di rendersi comunicativi. Giuseppe Buffoli ha creato intorno a sé, nel corso della sua permanenza romana, un clima positivo, un equilibrio perfetto tra lavoro e spensieratezza. Il giovane scultore-incisore ha carattere ed emana l'affascinante sicurezza di chi sa trovare ciò che desidera, senza mai apparire superbo. Quando parla del suo lavoro usa un linguaggio essenziale, si limita a descrivere il processo che lo ha condotto all'oggetto, l'esperienza vissuta, rifuggendo spiegazioni troppo intellettuali ed etichette limitanti. Osservando le opere di Buffoli, come motore delle forme, ritorna una costante ricerca di equilibrio che non va intesa come mero presupposto concettuale ma come azione fisica, materiale, che si risolve nel fare. Le prime sculture nascono in circostanze propizie, ispirate dal luogo e da oggetti (prima naturali e in seguito industriali) trovati per caso. Sfidando la gravità, senza calcoli o saldature, l'artista bilancia gli elementi con attenzione certosina, creando immagini stabilmente precarie. Nel tempo, da meta del processo di assemblaggio, l'equilibrio diventa questione percettiva. L'artista cela il suo passaggio, lascia allo spettatore il compito di trovare il giusto punto di vista per poter cogliere l'opera nella sua completezza. La scultura vive in rapporto armonico con l'occhio dell'osservatore, che diventa inconsapevole protagonista del processo creativo. Fedele solo alla sua ispirazione, Buffoli realizza, tra il 2009 e il 2010, una straordinaria serie di disegni, lasciandosi andare all'esercizio della memoria. Lo scultore non abbandona inaspettatamente il suo ruolo ma continua a comporre, cambiando questa volta la modalità con cui sceglie di manifestare gli oggetti. Carta e penna diventano mezzi per tornare alla perduta veste fisica della scultura che riaffiora ormai indeterminata dal filtro del ricordo. Guardando nell'insieme il percorso dell'artista colpisce la sua spontanea capacità di variazione espressiva. Nello stesso tempo, ogni opera è punto di arrivo e nuovo punto di partenza per quella successiva, un percorso di crescita vissuto in modo naturale e incondizionato. Nell'ambito della sua produzione incisoria, Buffoli testa, sotto altre sembianze, il medesimo approccio che ritorna in scultura. A interessarlo, mentre elabora la matrice, è ancora l'esperienza del contatto con i materiali, le reazioni, le conseguenti combinazioni possibili. Il valore dell'opera è tutto nel procedimento sperimentale che conduce alla realizzazione della sua veste tangibile, ovvero la stampa, che rimane come testimonianza finale dell'azione creativa. Tra i lavori presentati alla Stamperia del Tevere, solo "Forme" e "XIII-3 DC" non sono direttamente mutuati dalla produzione scultorea, che al contrario ritorna come fonte d'ispirazione nelle serie "Zenith" e "Riflessioni labili". Intervenendo sulla superficie della lastra con tecniche tradizionali e inaspettate elaborazioni materiche (come stucchi metallici e ruggine), Buffoli dà il suo degno contributo all'ampliamento del potenziale espressivo dell'incisione, mostrando inoltre di possedere una qualità fondamentale per un artista: la curiosità.

Storia di incroci - Luglio 2011

Aggiungere equivarrebbe a sottrarre. Ovvero. Aggiungere parole alle incisioni di Giuseppe Buffoli equivarrebbe a sminuire la logica con cui sono nati. Si tratta di una produzione grafica basata sull'essenza, nell'accezione più intrinseca e pura del termine: che ricerca l'essenziale, la semplicità, l'eleganza, in un amore strenuo per le forme - il cerchio, il quadrato, la linea, l'asse - in senso proprio e per gli oggetti cui rimandano - lo Zenith, il ponte autoreggente messo a punto da Leonardo, strutture.
Dove il rimando non è mai casuale.
Già Aristotele ci insegnava che per esistere una sostanza necessitava di forma (eidos) e materia (hyle), che l'una è per l'altra. Che forma e materia esistono e si confanno a vicenda, che la forma è tale per esprimere e completare quella materia, unendosi nel singolo della sostanza.
Nei limiti accordati all'arte incisoria, Giuseppe mira a ricreare la terza dimensione - per quel che è possibile - e le reali misure dei volumi, come volesse racchiudere "il suo mondo". Investe le sue grafiche della possibilità di farsi testimoni ed espressione dell'universo e delle sue infinite evenienze, concedendo spazio anche al tempo, che, decorrendo, ossida quelle lastre metalliche e contribuisce alla risultanza finale, fatta di alternanze cromatiche fra bianchi e neri.
Sperimenta Giuseppe: traccia il perimetro del suo mondo. E questo gli basta.

Giuseppe Buffoli. L'immutabile instabilità.

Provo sempre una grande emozione quando guardo al lavoro di Giuseppe Buffoli perchè, oltre a rispondere ad un gusto estetico che mi interessa particolarmente, rileva sempre uno spessore di contenuto e di ragionamento, ponderato e calibrato, che rendono efficace e sicura ciascuna opera in cui si traduce. Sappiamo quanto il male comune dei giovani artisti sia quello di diventare esecutori - magari anche precisi e capaci - di opere che sono la risposta non tanto dell'orientamento di una ricerca che cerca nel profondo, ma di esecuzioni superficiali che rispecchiano ed incontrano il favore di un gusto e un interesse predominanti - se non modaioli - cui la loro abilità riesce a dare riscontri attesi e accomodanti. Pochi sono quei giovani che, capo chino, cercano l'identità del proprio linguaggio, lavorano sul contenuto dell'opera che si fa pregna di significati e ragionamenti. Sarebbe un argomento lungo e dibattuto quello dell'identità dei giovani artisti e del loro fare rispetto al sistema dell'arte e richiederebbe una lunga trattazione ma, per fortuna, il lavoro di Giuseppe è lontano da questi mali comuni così drammaticamente diffusi, vizio di una contemporaneità superficiale e distratta. Il suo interesse si è concentrato, fin dalle prime esperienze in Accademia, su una riflessione e un'analisi - se non una volontà di vera e propria revisione - del linguaggio della scultura e alla sua pratica, senza mai scostarsi dal suo valore tradizionale: se guarda subito al materiale e alle diverse potenzialità che sono a lui intrinseche come prassi naturale dell'approccio scultoreo, avverte la necessità di sovvertirne subito dopo, mentre li assembla e realizza, questo stesso principio fondante. L'interesse per la scelta ponderata e curata dei materiali, il desiderio di monumentalità spaziale e di dialogico confronto e scambio con l'ambiente e il luogo si preservano, ma muta la consapevolezza di volerli lasciare è concettualmente è come infiniti, eterni ed imperituri. Buffoli vede nella scultura l'eventualità di descriversi paventando una sua disarticolata resistenza, una fragilità autoportante che in ogni istante potrebbe frangersi. Gli oggetti e le forme, combinandosi, si alterano nella loro stessa natura: si fondono insieme e si "saldano" facendo unico affidamento sull'equilibrio delle loro forze. Il dato emergente diviene quella leggerezza e quell'equilibrio disarticolante che muove - e fissa - le masse fisiche a questo senso di effimera concretezza. Sembrano sempre in attesa di un evento, di un momento che faccia precipitare la loro forma spezzandone i sottili equilibri interni. Un invisibile e irreale magnetismo, imprevedibile e imponderabile, ripulito di ogni eccesso, si manifesta nella tensione statica delle sculture e diventa il legame - filosoficamente e scientificamente inteso - che racchiude il senso della visione di Giuseppe Buffoli: dare voce ad un'estetica della precarietà anticonvenzionale rispetto al linguaggio della scultura che in lui resta sempre comunque radicalmente coerente e compiuta. L'incertezza continuata e continuativa è la chiave di volta delle sue costruzioni e composizioni che in un unico istante preciso, un punto solo e assoluto, luogo determinato del verificarsi, concede la sua determinante sicurezza. Non in una frazione prima nè in una dopo troviamo la correttezza puntuale che rende immobile l'instabilità raggiunta e perseguita quale mezzo ricorrente della sua validità, non come congettura postulante, ma come soddisfazione tangibile di una teoria intuita. Un discorso a parte merita la sua pregevolissima produzione legata alla grafica: la straordinaria abilità d'incisore-stampatore si ritrova in un lavoro che vede la superficie della carta come un terreno spaziale in cui trasferire gli equilibri, le forme e la plasticità delle opere scultoree. Queste carte diventano, di fatto, per lui una sorta di apparato integrante quello della pratica della scultura: operare con le lastre con il torchio, con la stampa, incidere il metallo - non fosse altro per l'impegno e lo sforzo fisico che richiede - si approssima al lavoro dello scultore, ma gli permette il ritrovarsi in un ambiente diverso che, in modo congeniale, gli conferisce un agio e una leggerezza ancora più sottili. Le grafiche si orientano spesso - non per tutti gli artisti - come progetti o prove, oppure come piccoli lavori, dei divertissement che sono visti sempre ad un livello secondario rispetto alla vocazione primaria dei loro esecutori. In qualche modo, restano sempre collaterali al linguaggio di un artista. Per Giuseppe Buffoli questo non avviene e, se è vero come detto che rintraccia una matrice comune tra il suo intervento di scultore e quello di incisore-grafico, è altrettanto vero che questa pratica si restituisce con una pari e piena dignità. I due procedimenti espressivi si legano e sono strettamente interdipendenti l'uno dall'altro, eppure riescono ad essere - salvaguardando la poetica, il contenuto, il mondo delle sue visioni - completamente autonomi e autosufficienti. L'elaborazione di questi interventi sulla carta è la felice espressione; con altra voce e pur sempre intonata alla radice di un pratica consolidata nella conoscenza, di un frammento di storia, di attimi di un processo che è ancora in continuo sviluppo. In questo senso credo che sia doveroso ritrovare il merito di questi lavori: con le grafiche Giuseppe Buffoli rende conclamati i processi mentali non come tappe progettuali di un'opera che altrove e con altri mezzi sarà realizzata, ma come elementi fondamentali e fondanti della sua concezione. L'opera cresce e si modifica in fasi - quasi come nei cicli biologici e vitali di alcuni esseri viventi - assumendo forme e materie diverse ma restando sempre intimamente sé stessa. La dignità di opera data alla grafica viene dimostrata anche dal suo desiderio di dedicarsi non a piccoli interventi ma di superare quasi i limiti tecnici dell'incisione ricercando formati e dimensioni inusuali quanto sorprendenti: ecco allora che i fogli raggiungono misure che si esprimono in metri più che in centimetri, dimensioni che sono, sbalorditivamente, ben lontane dalla nostra abitudine. Le carte, riassumendo, possiamo valutarle come sculture bidimensionali e, viceversa, le sculture si avvicinano ad essere segni grafici resi nelle tre dimensioni. Questa attitudine verso la propria ricerca artistica Giuseppe Buffoli l'ottiene con una severa disciplina del fare e con un profondo rispetto e cura dei suoi contenuti, che lo scostano - ma, visti i tempi, è un pregio che diventa virtù - da molti altri artisti della sua generazione distratti dal cosiddetto sistema e dalla voglia di esserne parte. Bisogna ricordare che, per lasciare una traccia incisiva e profonda nell'accadere della storia artistica, al centro deve restare sempre il proprio lavoro. Non ci si deve accontentare della sufficienza e non si deve essere paghi del plauso momentaneo. Perchè non basta essere modesti nell'uso dei materiali per essere minimalisti, né tanto meno basta essere criptici ed oscuri per essere concettuali. L'opera di Giuseppe Buffoli si qualifica come un'arte disciplinata che non si perde nelle elucubrazioni ma che, sicura dei suoi modelli ed esperienze, guarda, matura, al senso dei propri contenuti e al verificarsi dei propri sviluppi nel domani della loro costante ricerca.